Valentina Costa

LA MIA ESPERIENZA IN INDIA

 

Finisci l’università e poi??

Per molto tempo, sia prima che dopo la discussione della tesi, mi sono posta questa domanda… Andare avanti con il mio percorso e quindi fare un anno di tirocinio post lauream, esame di stato e diventare ufficialmente psicologa? Oppure rimanere nel limbo e cercare lavoro?

Dopo aver lavorato in una colonia estiva ed aver fatto una “scappatella” in Marocco, ho deciso di continuare il mio percorso e di iniziare l’anno di tirocinio formativo per diventare psicologa.Avevo però un pensiero costante: durante il periodo in cui scrivevo la tesi, ero stata ad un festival  a Padova, dove avevo trovato un banchetto di un’associazione, Mancikalalu onlus, che raccoglieva fondi per dei bambini di una casa famiglia in India.

Già affascinata di mio dall’India, leggendo il libretto che dava più informazioni sull’associazione e sui loro progetti, c’era scritto che esisteva la possibilità di poter andare a fare un’esperienza in India a Bhavitha Home, la casa famiglia.

Presa dalla voglia di conoscere un posto nuovo e fare un’esperienza diversa dal solito, ho pensato di inserire all’interno del mio anno formativo un mese in cui vedere un’altra realtà in un altro continente ma che non si discostava molto da quello che avrei fatto durante il primo semestre di tirocinio.

Di fatto, il posto dove mi trovo attualmente e il training che sto facendo è in una comunità socio pedagogica dove sono presenti minori stranieri non accompagnati e anche ragazzi affidati dai servizi sociali.

Un po’ di giri di telefonate, mail, incontri e il visto e biglietto per l’India erano pronti.

In tutto questo nessuna aspettativa, un po’ anche per non crearmi ansia, ma anche perché a prevalere era la voglia di partire per poter toccare e vedere in maniera concreta una realtà nuova. Partenza 31 ottobre e ritorno il 1 dicembre, destinazione Hyderabad, Telangana presso la casa famiglia Bhavitha Home.

Il primo impatto è stato davvero emozionante e quello che ho potuto recepire sin da subito è stato un senso di armonia che regnava tra tutti i bambini e ragazzi presenti a Bhavitha.

Mi hanno dato un benvenuto davvero speciale, con balli, canzoni e con un coloratissimo braccialetto intrecciato da loro che indosso tutt’ora e custodisco gelosamente.

In questa piccola casetta sono presenti circa 35 tra bambini e ragazzi maschi, il più piccolo ha sei anni e frequenta l’ultimo anno d’asilo mentre il più grande ne ha circa 23.

Alcuni sono bambini orfani, altri hanno solo un genitore o qualche parente che però non riesce a mantenerli; qualche volta i genitori sono morti per malattia o è capitato che l’alcool prendesse il sopravvento.

Ci sono poi anche bambini che hanno vissuto per strada, che sono stati vittime di violenze domestiche o che hanno dovuto iniziare a fare dei lavori troppo pesanti sin da piccoli.

Queste sono le storie che hanno alle spalle, ma nonostante questo hanno sempre il sorriso e sono immensamente grati di quella che è la loro nuova famiglia.

Infatti non vivono da soli, ma con loro c’è un educatore indiano sempre presente, Ramesh.

Lui si occupa dei nuovi contatti con sponsor, istituzioni e altre organizzazioni e passa tutte le notti a Bhavitha House, occupandosi in maniera costante dei ragazzi. Insieme a Ramesh, ci sono anche Daddy e Mummy, marito e moglie, che rappresentano il papà e la mamma di questa grande famiglia e si dedicano a tutte le esigenze dei bambini, contabilità, spese, sponsor e molto altro.

E' difficile da comprendere come bambini e ragazzi di diverse età riescano a convivere in questo modo così pacifico e bello da vedere e soprattutto da vivere.

La nostra giornata iniziava la mattina presto, quando io e Tania, la vicepresidente di Mancikalalu che mi ha accompagnato in questa esperienza, arrivavamo dall’ostello a Bhavitha Home.

Appena entravi, trovavi i ritardatari a finire i compiti e a mettersi la divisa per andare a scuola.

Poi c’era la colazione e a turno, ognuno col suo piatto, veniva a prendersi il riso o gli idli o il chapati ( se era domenica) e poi si mangiava tutti in cerchio. Subito dopo aver finito di mangiare e lavato il proprio piatto era il momento delle lunch box, ovvero i contenitori dove mettere il riso con i vari curry (le salsine super iper mega piccanti) per il pranzo da portare a scuola.

Alcune mattine le abbiamo passate insieme a tutti loro preparando fiori di stoffa e portacandele colorati, in occasione del Diwali, che poi vendevano ai banchetti come forma di  autofinanziamento.

Il Diwali o festa delle Luci rappresenta una festa molto importante in India e per la prima volta ho potuto festeggiarlo anche io. Messa in tiro, sono andata a Bhavitha e mi sono scambiata gli auguri con tutti i “miei fratellini”, ho preparato l’olio nei portacandele con Mummy, mangiato dolcetti insieme a tutti e sparato petardi.

Sin da subito sono diventata la loro “sister” , la loro sorella, e per me che sono figlia unica è stato davvero bello!

Quando tornavano da scuola aiutavo i più piccoli a fare i compiti e poi ci scatenavamo a giocare al fazzoletto, al “killer e il poliziotto” oppure a “seven stones” o altri giochi che mi hanno insegnato loro come carambola e cricket.

In una mattina in cui erano a casa da scuola sono riuscita a fare anche il truccambimbi, una passione che ho da un po’ di tempo e che è stata apprezzata sia dai più piccoli ma anche dai più grandi che si sono messi alla prova e si sono truccati a vicenda.

A volte era semplicemente bello chiacchierare e imparare qualche parola di telegu, la loro lingua; io per contraccambiare cercavo di insegnare qualche parola di italiano.

Poi arrivava il momento della cena e ognuno con il suo piatto si metteva in fila per prendere il riso. Ho imparato a mangiare con le mani, o meglio con la mano destra visto che la sinistra si usa per lavarsi.

All’inizio ero un po’ imbranata ma piano piano ci sono riuscita!

Dopo cena ci si salutava e ci si dava la buona notte che appunto in telegu si dice “manchikalalu” (che si legge “mancikalalu”) e che letteralmente significa “sogni d’oro.

In tutto questo periodo ci sono state delle piccole accortezze che ho dovuto rispettare per  esempio nel modo di pormi e nell’abbigliamento, ma tutto questo ha reso questa esperienza ancora più grande e mi ha insegnato ancora di più cosa significa il rispetto per l’altro o meglio per un’altra cultura.

È stato un mese pieno di bei momenti che è difficile riassumere e descrivere, ma che mi hanno dato tanto e che spero di poter trascorrere ancora andando a trovare i miei 35 fratellini molto presto!

Valentina Costa